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MICHELE MARCO ROSSI

Biografia
Michele Marco Rossi nasce a Roma nel 1989. Comincia lo studio della musica a dieci anni, interessandosi in particolar modo al violoncello, strumento che ora studia frequentando il X° anno al Conservatorio di Perugia. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, si dedica allo studio del canto e della composizione, nonché alla scrittura di testi destinati alla recitazione o alla musica. Così, oltre a una serie di brani in versi da integrare al “Carnevale degli animali” di Camille Saint-Saens, all’interno di un progetto di concerti a Perugia e a Terni, in cui ha svolto il ruolo di autore-voce recitante-violoncellista, svolge l’attività di cantautore, portando le sue canzoni in alcuni spettacoli, tra cui una serata organizzata dal XVII° Municipio di Roma, all’interno dei giardini di Castel Sant’Angelo.
Dall’aprile 2010 entra a far parte del Quintetto di Nicola Piovani, in veste di violoncellista e chitarrista, partecipando a una tourneè che vede concerti a Ragusa, Palermo, Catania, Rossano di Vaglio, Caminia di Stalettì, Tindari, Bucarest, Catanzaro, Città Sant’Angelo.







Brano: Discorso ad un'amica


" Si sente veramente il messaggio per quest'amica alla quale è dedicata una canzone bella e convincete che è sul solco della canzone da'utore melodica"



Amica mia, o in fondo poco più,
tu non badare al mio silenzio, quel ch'io non dico, dillo tu.
Giriamo ora, come giravamo un tempo,
senza cedere un momento all'ansia di perderci o, in verità,
al desiderio di rimanere sempre al centro;
oltre al senso d'orientamento, mi manca il senso d'affinità.

Cosa dici? Parli al vento, ora lo sai,
nel mio viso cerchi cenni che non capiresti mai,
e nella bocca cerchi stralci di parole,
pretendi ora una canzone su noi due, sulla mia vita,
ma, cara mia, è già finita, è una scusa già vecchia, da dimenticare,
tu perdi tempo ad aspettare che io dica quello che non so,
quel che tu vuoi, e io non ho dentro;
quel che tu ascolti, io non lo sento,
per quel che ridi, io piangerò.
E che sia lunga o breve, quello che abbiamo è sempre un'ora;
ora è più chiara una parola,
di quei discorsi e delle sere
in cui è meglio far finta d'essere contento,
lasciar che quel che dice il tempo,
ti dica quel ch'io non dirò.

La regina ha una collana di diamanti,
le storie hanno i loro santi
a ricordargli cosa dire,
e l'inverno porta i suoi sogni in primavera,
qualcuno aspetta una bufera per riposarsi e per capire;
quello che dico, ora si specchia nel tuo viso,
in te la rabbia, in me un sorriso,
e differenza non ce n'è,
in quel momento in cui il discorso resta ucciso,
nel momento in cui il sorriso
è la distanza tra me e te.

Il tuo compagno resta solo il tuo clown triste,
le scene tue lui le ha già viste, e mi fa un cenno con la mano;
io non aspetto, lo seguirò lontano,
ché mi porti nei deserti dove rendermi sovrano,
dove adesso, caso strano, il volto suo è diventato il mio vascello,
è diventato una parola, che mi è sfuggita già di mano.
Il sogno mio era anche quello,
che ti spingeva sul più bello
a domandarti se era vero,
in una sera, quel che sentivi e io non dicevo,
quel che allora io già credevo che fosse mio, finì da sé.
Lo vedo oggi, il nostro sguardo è vuoto e cieco,
ti lascio andare, io torno indietro,
ma il mio saluto resta a te;
questi miei sogni, in cui credevo, e credo ancora,
ti fanno ridere, ma ora,
almeno ridi insieme a me.


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:: Michele Marco Rossi